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Loredano Cioni

UN VIAGGIO IN MAREMMA


Montag Edizioni
Prima edizione gennaio 2008
“UN VIAGGIO IN MAREMMA”
© 2008 Loredano Cioni
Collana “Le Fenici”

I. Il risveglio


L’esplosione del tuono, ed il suo rotolare fino al silenzio, svegliò Giovanni. Non si rese conto cosa fosse stato, ma subito dopo un’altra vampa si fece largo dalla finestra socchiusa illuminando per un attimo la stanza. Quasi immediato seguì un altro schianto. Era chiaro che sulla cima di Montecalvi una tempesta stava scaricando la sua tensione. Il vento, discendendo dall’Osteria Bruciata nella gola del Tavaiano giù fino ai cipressi della Torre, passava fra di essi fischiando e mugolando in tutte le tonalità. Il vibrare dei vetri solo a tratti faceva sentire il frusciare dell’acqua della sorgente dentro la pila di fronte a casa. La pioggia scrosciante, martellante sui tegoli del tetto, distese subito nel giovane l’apprensione del brusco risveglio. Stava piovendo a dirotto ed una volta tanto lui era ancora fra le coperte del suo letto in casa. Anche se ormai, da tempo, Assunta non lo teneva più nelle sue braccia, per un po’ gli parve che il dolce tepore del letto fossero le calde braccia ed il petto che nelle giornate grigie dell’inverno via via lo avevano tenuto stretto.

Pur uomo, non si era dimenticato ancora del fanciullo; troppo poco tempo era passato ed anche se si sforzava di dimostrare come quel passato fosse già lontano spesso riaffiorava nelle sue ingenuità ancora frequenti. Da poco erano rientrati dalla Maremma. Il gregge ben tenuto aveva reso agnelli e formaggio in abbondanza. I boschi della Torre, su verso Montecalvi, ora potevano sfamarlo fino al taglio dei grani. Non toccava più solo a lui a portarlo a pascolare. Le sue braccia possenti nonostante l’età, la sua struttura forte anche se longilinea gli avevano fatto guadagnare i compiti più gravosi nella casa e nei campi. I fratellini avrebbero portato pecore e maiali a pascolare. Eppure andare a vangare le viti, zappare nell’orto o arare con le vacche non rappresentava un peso o un grande sacrificio. Sembrava che fare un fatica robusta fosse quasi una necessità: come, per i cuccioli, arrotarsi i denti sgretolando un tronco. Il corpo che si irrobustiva, il fuoco che ardeva nel petto, la potenza del giovane, trovavano nella fatica il giusto compenso e rimedio alle pulsioni interiori, alle forze da scaricare.

Certo, il temporale notturno, che nonno Basilio aveva preannunciato osservando le nubi fosche addensate al calare del sole, consentiva qualche ora di sonno in più. L’erba bagnata, ma soprattutto l’incertezza del tempo sconsigliava il taglio dei fieni già deciso. Questo lo consolò e lo scrosciare della pioggia portata dal vento gli conciliò nuovamente il sonno. Quando gli giunse la voce del nonno che lo chiamava non si rese conto di come e perché si dovesse alzare, ma abbastanza alla svelta ubbidì. Era giorno da poco ed il temporale rendeva ancora più scure quelle ore mattutine. Di lì a poco si sentì il battito regolare del martello. Lo zio, come suo solito, quando era impedito dal tempo o dalla calura ne approfittava per rifare il filo alle falci di casa. Era un suo compito riconosciuto anche per la capacità che aveva nel farlo. Il filo delle falci piegato dall’usura veniva battuto con la martellina sulla testa piatta della penna piantata saldamente su un ceppo di quercia. I colpi del martello, dati con massima attenzione, schiacciavano ed incrudivano il metallo riformandone il filo che, con la pietra, data nello stesso verso, diventava ancora più tagliente.

La mungitura delle pecore del giorno avanti aveva dato latte abbondante ed in casa c’era perciò il fermento naturale per la preparazione del formaggio. Le erbe della montagna erano al loro massimo sviluppo e le pecore, scegliendo i germogli più teneri e le erbe più saporite, trasportavano nella qualità e fragranza del latte il valore nutritivo ed i profumi dei prati. Non era però solo questa già importante base ad assicurarne tutta la leggerezza e la bontà. Anche le limpide acque correnti ove il gregge si dissetava e l’aria frizzante e pura delle montagne concorrevano consistentemente alla formazione del risultato finale. La nonna, la mamma e la zia, con la loro esperienza, trasferivano nella ricotta, nei raveggioli e nel pecorino questo incontro di note assonanti. Bastava guardare il gregge per capire quanto giusta fosse l’idea di portare le pecore sui pascoli alti in piena estate. Il musetto delle bestie, pulito ed attento, ne evidenziava la salute e la forza. Anche l’intelligenza del branco risaltava a confronto delle pecore lasciate sulle colline basse o lungo i casolari a mare, ove la costrizione alla calura estiva ed alle erbe essiccate dal sole ne costruiva un carattere più insignificante e melanconico. Nel gregge della Torre ogni elemento aveva un sua personalità che Giovanni conosceva. L’insieme, soprattutto, fidandosi della grande esperienza di Pippo (il vecchio castrato capo branco) era capace di andarsi a scegliere i pascoli migliori sulla montagna secondo le stagioni ed il tempo. Durante i fortunali estivi si poteva subito immaginare quale valletta o sotto quale macchia di alberi si poteva cercare il gregge per riportarlo giù all’ovile. Se poi occorreva far cambiare la zona di pascolo bastava chiamare a gran voce “Pippo” perché, in capo a qualche ora, brucando le erbette che trovavano, l’intero gregge, guidato dalla campana di Pippo, raggiungesse il pastore dove lo aveva chiamato.

Quella mattina di tempesta i ragazzi, che solitamente accompagnavano il gregge sui pascoli prima di andare a scuola, non si erano alzati anzi tempo ed il gregge, ancora nell’ovile, faceva sentire i suoi belati pensandosi dimenticato. Giovanni capì che, non potendosi effettuare il taglio dei fieni per il tempo ancora incerto, toccava a lui portare in alto Pippo e il gregge. Calzati gli zoccoli, preso l’ombrello di incerato, sciolti i cani, ai quali comandò di stare in disparte, si affacciò sul cancelletto dell’ovile chiamando Pippo. Il vecchio mansueto si avvicinò dondolando e non appena Giovanni gli ebbe aperto uscì seguito, ad una ad una, dal resto delle pecore costrette dal passo obbligato. Proprio poco dopo il cancelletto le aspettavano il babbo e la zia che, una per ciascuno, ne mungevano le poppe turgide di latte. In quella stagione dalle pecore migliori veniva tirato anche un litro di latte per volta. Munte che erano sciamavano oltre, nell’aia, mentre quelle in attesa si accalcavano alla mungitura. Le mammelle gonfie spingevano la necessità del loro svuotamento e nessuna di loro tentava di uscire dal cortile senza passare dalle mani dei pastori. La tempesta, scatenatasi per tutta la seconda parte della notte, aveva reso pesanti, perché intrise d’acqua, le erbe dei prati. Subito dopo l’alba il tempo si era acquietato. Solo grandi nuvoloni neri, ammassati dal vento sulla montagna, facevano immaginare che potesse non essere finita. I cardellini, posati sulle punte dei cipressi, con i loro continui trilli, facevano invece pensare ad una tregua del tempo.

Il gregge della Torre, forte di quattrocento pecore, tutte di proprietà, era un buon “capitale”. La potenza economica di questa famiglia appariva, oltre che nella grande casa della Torre, anche per tutto il caseggiato rurale a fianco e per i diversi poderi in proprietà affidati ai coloni. La famiglia teneva per sé, a conto diretto, un suo podere con la stalla completa di vacche, vitelli ed una coppia di buoi da tiro. Questi ultimi, nella loro tranquilla lentezza, erano di grande aiuto per i lavori pesanti. Le terre della Torre erano buone, ma in molti luoghi un po’ scoscese e pietrose per cui le sole vacche non ce la facevano a tirare l’aratro. Negli stalletti, oltre alla scrofa con la sua “nidiata” di dieci maialini, a rotazione c’erano sempre quattro castrati da ingrasso. Se questo era il bestiame grosso a cui accudivano gli uomini, c’era anche una grande quantità di animali piccoli da cortile accuditi dalle donne. Conigli, polli, anatre, piccioni, oltre che per l’uso proprio, davano ulteriore resa al podere. Nel cortile, insieme ad un colossale gallo bianco ed alle sue numerosissime mogli, esisteva, in eterno conflitto con lui, un piccolo galletto mugellese, rissoso e prepotente, tenuto a freno solo dalla mole del padrone del pollaio. Come si vede il da fare non mancava né intorno agli animali né nei campi. Tutto questo però dava anche il segno di una famiglia, anche se contadina, sufficientemente organizzata e proiettata in una ascesa economica. Era per questa ragione e per questa possibilità che, se pur impiegati nei lavori a loro confacenti, non veniva trascurato l’obbligo scolastico per i ragazzi. Abituati alle grandi libertà, ma anche ai doveri, seguivano gli studi con sufficiente profitto. D’altra parte la famiglia, ponendoli costantemente a conoscenza dei problemi di vita elementari, li metteva sempre nella possibilità di verificare concretamente le conoscenze teoriche imparate nella scuola.

Giovanni si era incamminato sulla viottola di Montecalvi perché sapeva, dato il tempo bagnato, che il gregge avrebbe trovato sul crinale della montagna più esposto al vento, ma anche generalmente più asciutto, perché pietroso, un luogo ideale per la pastura. Anche in caso di un nuovo temporale sapeva che Pippo avrebbe portato le sue compagne giù sotto la selletta di Terrabianca riparata dai venti. I due cani, ai quali aveva dato il comando di stare tranquilli, seguivano il gregge dai campi, uno a destra uno a sinistra, perché a nessuna pecora venisse la voglia di andare a brucare nei campi di grano ancora verde o negli invitanti campi di erba medica che costeggiavano la viottola, proprio al culmine della foliazione, prima della fioritura. Aveva ragione il nonno, la stagione era stata propizia ed aveva ingrassate le erbe, ma ora occorreva un po’ di tempo buono per tagliarle.

La salita cominciava a farsi sentire e Giovanni accorciava il passo senza diminuire la cadenza. Con il suo bastone si aiutava e la “terza gamba” dava al suo incedere maggiore vigoria. Ormai i campi coltivati erano finiti ed il gregge, uscito dalla viottola, si era disteso per i “palei” di fianco al bosco rallentando molto la sua marcia e fermandosi dove le essenze più fresche e saporite attiravano l’attenzione. Giovanni chiamò a sé i cani, che lo stavano osservando dubbiosi se spingere le pecore per farle marciare o lasciarle brucare, e continuò a salire a ritmo serrato verso la vetta. Cadenzando il passo, con agilità e potenza, raggiunse i prati alti sotto la vetta del monte. Si girò indietro e giù in basso vide la Torre e Bagnatoio in mezzo ai campi e alle macie. Sulla destra la fossa del Tavaiano e poi l’erta di Marcoiano e del Poggio. Di fianco, sopra Pianugoli, le nuvole basse, sospinte dal vento, rimanevano come impigliate nella montagna e si stracciavano come vesti bianche vaporose sulle spine.

I cani, in libertà, corsero nelle erbe bagnate dietro ad una lepre stanata in una macia di sassi. Da Terrabianca gli giunse il richiamo delle starne che si erano involate per scuotersi l’acqua dalle ali e per raggiungere il canale più asciutto sotto la vetta. Dopo il frullo la madre le stava radunando chiamandole con insistenza. Il mondo sconfinato si apriva davanti ai suoi piedi. L’aria tersa gli riempiva i polmoni aspirati con forza per recuperare la fatica della salita. Gli occhi spaziavano sulla valle fino a monte Giovi. Erano i sensi che bevevano libertà, immensa quanto immense erano le montagne nelle quali si muoveva, lassù in alto insieme ai falchi, lassù in alto insieme a Dio. Con quanto fiato aveva chiamò “Pippo” “oh oh” “Pippo”. Il richiamo scese dalla montagna rimbombando nella gola del Tavaiano e disperdendosi nei boschi di Panna. Pippo aveva sentito e sapeva già dove Giovanni lo avrebbe atteso con il suo pugno pieno di avena. Si sedette su un masso in attesa ed i cani, rientrati dalla canizza nei boschi di palina, dove avevano persa la lepre, gli si sedettero intorno. Lontano, dal Gazzarro, due poiane stavano entrando nel Mugello. Una delle due stringeva negli artigli un leprotto sorpreso all’aperto, subito dopo la fine della tempesta, mentre cercava di cambiare covo. Non sentì pietà per la vittima né odio per i predatori. Questa era la legge della natura dove esiste naturale la ferocia ma è bandita la cattiveria. I due falchi, a volo diritto, guadagnarono i boschi dietro il Poggio e poi sparirono oltre Pianugoli.

Giovanni li conosceva e sapeva dove avevano il nido che, dato il maggio ormai avanzato, doveva avere il suo piccolo sgraziato abitatore. Spesso la coppia roteava per ore intorno ad una punta aguzza coperta di faggi lanciando i suoi gridi, che facevano correre gli scoiattoli ai propri rifugi giù fino nella valle. Il ragazzo sentì la campana di Pippo avvicinarsi lentamente ed i cani divennero irrequieti in attesa dei comandi per radunare il gregge disperso sulla china erbosa. Poco dopo il mansueto ed intelligente Pippo, condotto il gregge dove Giovanni lo voleva e l’aveva atteso, andò dal pastore spinto dalla consapevolezza del piccolo tributo che avrebbe ricevuto.

Data un’occhiata in giro, più per scrupolo che per il dubbio di un reale pericolo sul gregge, Giovanni prese la via del ritorno accompagnato dai cani. Agnelli piccoli nel gregge non ce n’erano per cui la volpe non aveva possibilità di predare ed i lupi da tempo non facevano capo a Montecalvi. Le ultime apparizioni certe erano state segnalate dai pastori del Falterona, per qualche lupo proveniente dalle foreste oltre il Muraglione, dal camaldolese, dall’Alpe di San Benedetto. Scendeva allora di lena l’erta salita in cadenzata potenza. L’agilità delle giovani lunghe gambe gli consentiva di saltare da un masso all’altro divertendosi a volare sopra cespugli di more schiacciati da precedenti cammini o lungo il limitare del bosco fra radi ginepri aperti e contorti. Di tanto in tanto si fermava un attimo per controllare che i cani non si disperdessero a danneggiare nei prati aperti qualche covata di quaglie ormai in giro con la loro madre. Frugolini, i quagliotti, grandi come la punta di un pollice, capaci di correre fra le erbe, quasi formiche, e nascondersi poi in ciuffo d’erba scomparendo in esso, ma indifesi al naso fine della Dora. Giovanni scendendo verso la Torre accarezzava il pensiero che, almeno fino al pomeriggio, se il sole avesse retto, non avrebbe avuto da fare niente, per cui l’ozio, raro in quei giorni, da impiegare per sé, lo galvanizzava. Poteva egualmente stare a leggere il libro che gli avevano portato i cugini di Scarperia come andare giù a Bagnatoio o a Gagliano a cercare, con alcuni amici buontemponi, liberi al par suo, le ragazze indaffarate nella preparazione della lana.

Appena arrivato a casa, come spesso succede, il sogno di libertà si infranse subito. La nonna aveva già finito la preparazione del formaggio di pecora. Diverse forme novelle, tirate su dalla cagliata del paiolone, erano già sull’asse ad asciugare. Anche alcune ricotte soavi, leggere e profumate stavano ad attendere di essere portate al commerciante. Quel giorno però una novità sconvolse i piani e le fantasticherie di Giovanni. “La Signora” aveva fatto sapere, tramite una delle ragazze di Marcoiano che lavoravano in fattoria come cameriere, che aveva bisogno di alcuni formaggi della Torre, ma soprattutto urgentemente della ricotta. Doveva preparare i ravioli per degli ospiti di città arrivati in villa. Nessuna delle donne poteva andare a Scarperia, per cui l’unico libero, di gamba buona tanto da assicurare un rapido trasporto e consegna senza pericoli di deterioramento, era proprio Giovanni ed a lui toccò il comando della nonna. Pur con un diavolo per capello non poté che ubbidire. “La Signora” era una cliente troppo importante e di prestigio per non accontentarla.

 

Loredano Cioni
Alberto Cola
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